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Io vi troverò

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Io vi troverò – (Taken) di Pierre Morel (Francia 2008)
Pellicola crivellata da recensioni miopi e un po’ bigotte, ma accolta con entusiasmo dal pubblico giovanile, in parte (ed era prevedibile) per l’alto livello di violenza, in parte perché si distacca notevolmente dagli action-thriller hollywoodiani, quasi sempre imprigionati da un rigido e asettico formato standard per quanto riguarda la sceneggiatura.
Il titolo italiano come al solito è terribile, così pure il poster scelto per l’Italia.
“Io vi troverò” è un film scritto e prodotto da Luc Besson e girato dal suo operatore e direttore alla fotografia Pierre Morrel. Besson si sa, non è il tipo che si ferma a porsi grandi domande, costruisce un film lineare, adrenalinico, imbevuto di così tanta violenza e scelte scomode da lasciare impietrito qualsiasi gruppo dirigenziale delle major di Hollywood.
La trama è semplice, una via di mezzo tra “Il giustiziere della notte”, “Die hard” e un videogame d’azione. Bryan (ben interpretato da Liam Neeson) è un ex-agente dei servizi segreti ed il padre ansioso e paranoico di Kim, una bella diciassettene che vive con la madre e il ricco patrigno.
Un giorno il peggiore incubo di Bryan prende forma col rapimento di Kim e di una sua amica durante un viaggio a Parigi. Le due ragazze sono state rapite da una feroce banda albanese che gestisce parte del mercato delle ragazze destinate alla prostituzione. Bryan sa di avere non più di 96 ore per ritrovare la figlia prima che scompaia del tutto, venduta chissà dove.
La formula in sé non è particolarmente originale. Ciò che è interessante è che al contrario degli action movie d’oltreoceano, dove l’eroe che decide di non guardare in faccia a nessuno per salvare un proprio caro, si limita a fingere di farlo, nel film di Besson invece l’eroe lo fa per tutto il film, senza esitazioni o remore morali. Bryan è feroce, metodico, ben addestrato e ripercorre implacabile gradino dopo gradino la scala che scende nell’inferno della prostituzione coatta, torturando e uccidendo chiunque lo ostacoli. Anche lo sviluppo degli elementi di indagine è visto dalla soggettiva di Bryan. Non gli interessa avere una visione d’insieme del fenomeno, vuole solo riuscire attraversare il più velocemente il percorso che lo divide dalla figlia prima che sia troppo tardi. Questa brutale e sanguinosa corsa col tempo dà un patina di credibilità alla storia. Credibilità che spesso manca in molti film di questo genere.
Credibile e competente è anche la regia di Morel, molto dinamica, con inseguimenti, sparatorie e combattimenti di buon livello. Adeguati anche fotografia e casting.
Certo il protagonista terminator ricorda molto un videogame. ma questa è una strada già seguita con successo anche nella trilogia di Jason Bourne.
Forse il confronto è un po’ azzardato e questo film è qualche gradino sotto, ma rimane una buona pellicola da popcorn; ben fatta, adrenalinica, feroce il giusto per essere credibile, politicamente e moralmente scorretta e soprattutto senza quel fastidioso taglio grottesco-ironico che penalizza in genere i film d’azione francesi.
Voto: 3 secchi di vomito

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Uomini che odiano le donne

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Uomini che odiano le donne di Niels Arden Oplev (Svezia, Danimarca 2008)

thriller svedese tratto dal primo romanzo della vendutissima trilogia di Stieg Larsson.

Sinceramente temevo peggio, invece c’è una buona fotografia, un buon cast di attori credibili, una buona narrazione. Certo nel primo tempo la regia zoppicante e alcune ingenuità nel montaggio ricordano più “L’ispettore Derrick” che un thriller cinematografico moderno, ma nella seconda parte del film la narrazione diventa più scorrevole. Apprezzabili anche alcune drammatiche forzature che si discostano dai canoni classici del film con ambizioni da blockbuster, come la scena dello stupro.
Le scene di azione negli esterni sono poche e ben dosate, ed è una saggia scelta, perché il regista sembra muoversi con difficoltà su questo terreno e ricadere di nuovo negli schemi da regia televisiva.
Molta dell’efficacia del pellicola è dovuta al personaggio della protagonista femminile, Lisbeth, la borchiata e tatuata hacker dal passato tormentato, interpretata dalla bravissima Noomi Rapace. Anche gli attori secondari sono ben scelti. Lascia un filo perplessi il protagonista maschile Michael Nyqvist, che arranca spaesato con sguardo bovino nella scia della notevole interpretazione della sua compagna di indagini.
Pare che i capitoli successivi della trilogia verranno affidati ad un altro regista, e questo un poco mi rassicura.
Voto: 2 secchi di vomito
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Passengers

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Passengers – mistero in alta quota di Rodrigo García (USA 2008)

Stentato thriller che racconta le vicende di un piccolo gruppo di scampati ad un grave incidente aereo e della giovane psicologa incaricata di aiutarli ad elaborare l’accaduto. Ma ci sono incongruenze nei racconti dei superstiti e alcuni di loro scompaiono misteriosamente. Così, la giovane psicologa (Anne Hathaway) si trova ad indagare sulle reali cause dell’incidente. Garcie mette insieme un’opera noiosa e pasticciata, semina abbondantemente indizi e false piste lungo tutto il film per poter preparare lo spettatore ad un colpo di scena finale, che in realtà è palese già alla prima mezz’ora. I personaggi di contorno che dovrebbero essere inquietanti tendono più al ridicolo. Così pure sono vani i tentativi del regista di ricreare atmosfere alla Shyamalan. La Hathaway fa del suo meglio, ma per qualche misteriosa ragione sembra convinta che una giovane e sensibile psicologa debba per forza avere sempre stampata in viso una espressione di dolorosa sorpresa da trota appena pescata. Anche gli altri attori non sono meglio e sembrano muoversi con un certo impaccio. In definitiva è un film soporifero, con un trama già vista e male costruita.

Voto: 6 secchi di vomito

Funny games

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Funny games di Michael Haneke (USA, Francia, Gran Bretagna, Austria, Germania e Italia, 2007)

Haneke gira un remake ambientato negli Stati Uniti del suo film del 1997 ad ambientazione europea. La storia è semplice e inquietante: un giovane famigliola in vacanza sul lago viene sequestrata da una bizzara e sadica coppia di ragazzi cortesi e feroci. Fin qui niente che non si sia già visto. Quello che spiazza è l’approccio del regista, che come i due psicopatici protagonisti, si mette a giocare sadicamente con lo spettatore, spostando continuamente i gradini di questa spirale di violenza, lasciando falsi indizi e false soluzioni. Minuto dopo minuto, trascina lo spettatore in un disarmante clima di angoscia e imprevedibiltà.

Molto bravi Naomi Watts e Tim Roth nei panni della felice coppia presa in ostaggio. L’unica parte che forse lascia perplessi è il surreale rewind degli eventi durante il secondo tempo, che suona gratuito e pretenzioso.

Siete dei genitori giovani e un po’ apprensivi? Allora evitate questo film.

Voto: 3 secchi di vomito

Hard Candy

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Hard Candy di David Slade (USA 2005)

Inquietante film noir ambientato negli Stati Uniti ma parzialmente ispirato ad un fatto di cronaca accaduto in Giappone. La regia è di David Slade. Un giovane e promettente regista britannico di cui abbiamo già parlato per “Trenta giorni di buio”.

Nel film un ricco fotografo trentenne sospetto pedofilo conosce una ragazzina di 14 anni via chat, la invita in un locale e poi a casa sua. Ma quando sembra che lo squallido rituale di circuizione si stia compiendo, le parti si invertono e la preda diventa cacciatrice. Il regista gioca abilmente con lo spettatore. Con un sottile gioco di equilibri, sposta di continuo i due personaggi dal ruolo di vittima a quello di torturatore, rovesciando l’empatia dello spettatore, che prima solidarizza con la ragazza, poi con il fotografo (soprattutto durante una terribile scena), poi di nuovo si ha a cuore la sorte della ragazzina. Piccoli e mirati colpi scena spiazzano, seminano dubbi e ipotesi di sviluppo della trama. Chi è il lupo assassino, chi l’agnello, che fine ha fatto una terza ragazza scomparsa.

Attorno ad un tema che è gia inquietante di suo, il regista tesse un filo di tensione, di violenze viste e soprattutto non viste, di imprevedibilità che inchioda lo spettatore alla poltrona per tutto il film. Alla fine ci si trova stremati e un poco turbati da questa pellicola.

Il film ha vinto diversi premi e meritatamente direi. La regia è ineccepibile e anche gli attori sono notevoli: Patrick Wilson veste i panni del fotografo trentenne ed Ellen Page quelli della ragazzina. La Page è una brava e simpatica attrice canadese che per l’aspetto minuto si ritrova spesso a interpretare personaggi molto giovani. Ha già all’attivo diversi film tra cui il recente “Juno”.

Voto: 2 secchi di vomito

Awake

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Awake – Anestesia cosciente di Joby Harold (USA 2007)

Thriller bizzarro e un po’ inquietante.

Clayton Beresford è un giovane miliardario con una madre bella ma possessiva, una fidanzata segreta e un cuore malandato da sostituire. Il destino vuole che la stessa notte in cui sposa l’amata fidanzata, si trovi finalmente un donatore per il suo trapianto di cuore e sempre per uno scherzo del destino, l’anestesia totale non funzioni perfettamente e Clayton si ritrovi così incapace di muoversi, ma perfettamente lucido e cosciente, in grado di percepire tutto, dolore compreso.

Devo ammettere che l’idea in se è raggelante e quando sullo schermo si arriva alla prima incisione e alla divaricazione sternale, lo spettatore tende ad appallottolarsi nella poltrona. Fortunatamente il regista non impone al pubblico la tortura del paziente per tutto il resto del film. Dopo i primi agghiaccianti minuti, Clayton inizia a combattere il dolore cercando di distrarsi, di concentrare i pensieri sulla giovane sposa e su immagini del passato. Ecco, che si possa riuscire a ignorare il dolore fisico mentre ti aprono il torace come un tacchino il giorno del ringraziamento è davvero poco credibile, ma da spettatore attento alla propria sanità mentale devo ammettere di avere ringraziato il cielo (e un po’ anche il regista) per questa forzatura.

Ma torniamo al povero e inciso Clayton. Mentre cerca di resistere all’operazione, coglie alcuni frammenti di dialogo che svelano parte di una cospirazione che lo vuole morto. A quel punto deve cercare di capire chi e perché. Il resto del film si sviluppa quindi tra ricordi, allucinazioni e colpi di scena (alcuni riusciti, altri meno), fino ad arrivare a un finale scontato.

Perciò, che dire… Per essere un film in cui il protagonista passa una buona parte del tempo disteso su un tavolo operatorio, non è poi tanto male. L’idea è buona e lo sviluppo degli eventi coinvolgente. Gli attori sembrano abbastanza credibili. (diciamo alcuni di più, altri meno). Terrence Howard è bravo come sempre, Hayden Christensen e Jessica Alba fanno quello che possono.

Tutto sommato, poteva andare peggio.

Voto: 4 secchi di vomito

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