Scusate se mi bullo, Ma Deco mi ha mandato una bellissima gif di auguri con i biscotti e candelina. Non posso resistere all’impulso di farvela vedere.
Inkspinster © Deco 2oo1-2oo9 E’ vietata la riproduzione senza il consenso dell’autrice
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Scusate se mi bullo, Ma Deco mi ha mandato una bellissima gif di auguri con i biscotti e candelina. Non posso resistere all’impulso di farvela vedere.
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Fringe di J.J. Abrams, Roberto Orci, Alex Kurtzman (USA-2008)
Quel tontolone di Abrams ritenta la strada del serial TV con una serie che ricalca nuovamente l’infelice formula della sua serie di esordio “Alias”. Ovvero episodi autoconclusivi agganciati una confusa e delirante macrotrama, una certa mancanza di realismo generale ed abuso di personaggi caricaturali.
L’unica variazione dalla ricetta “Alias” è dovuta probabilmente all’esperienza con “Lost”. Che si può tradurre in “è inutile costruire uno sviluppo razionale nella macrotrama. Continuiamo invece a spalare argomenti sensazionali a caso (bioterrororismo, complotti, alieni, viaggi nel tempo, bambole assassine e via così) in modo da mantenere vivo l’interesse del pubblico per varie stagioni. Continuiamo a cambiare direzione e mescolare le carte ad ogni puntata. Poi alla fine ci inventeremo qualcosa.”
Sempre come in “Alias” è irritante il taglio farlocco generale della serie mescolato a una regia apparentemente realistica e cinematografica. Per cui soluzioni scientifiche arrampicate sugli specchi o palesemente impossibili, personaggi fighetti ma non verosimili, etc.
Chiaramente Fringe è ispirato molto a X-files, ma è imparagonabile. X-files all’epoca era innovativo, ironico e appassionante, Fringe è solo una brodaglia seriale di cose già viste.
Che posso dire quindi? Fringe non è inguardabile. Qualche singola puntata è godibile (sempre se si riescono ad accettare parecchi compromessi, tra cui le continue scappatoie nella soluzione delle puntate con l’abuso del personaggio deus ex machina dello scienziato pazzo e l’impostazione generale un po’ farlocca della serie). Mi sento di consigliarla? Direi proprio di no. Ci sono effettivamente serie peggiori, ma anche serie tv migliori.
Voto: 6 secchi di vomito
Nulla è immutabile, la vita è disseminata di boe attorno cui è difficile non virare e via così di metafore a tema.
Come probabilmente si sarà intuito dal languire di questo blog, alla lunga diventa un po’ noioso giocare al piccolo re/censore di tutto ciò che vedo sul grande e sul piccolo schermo. Così d’ora in poi molti post saranno anche off-topic. Che volete farci, sono fatto così, mutevole e incostante, portate pazienza.
Comincio quindi segnalando questo sito, dedicato a Vivian Maier. Bambinaia di origini francesi traferita negli Stati Uniti , fotografa per passione, morta in povertà l’anno scorso. Scoperta per caso da un tizio che ha comprato la sua collezione di negativi messa all’asta dal magazzino dove erano conservati gli averi di Vivian.
Sono foto di strada, dettagli, piccoli istanti di sconosciuti che la fotografa ha incrociato per strada. Foto molto suggestive. Vi consiglio di visitare il suo sito.


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Dirty Sexy Money di Craig Wright (USA 2007) Prima stagione
Bizzarra serie televisiva che sembra fondere “Dallas” e “I Tenenbaum”. Protagonista, Nick George, un giovane avvocato dai sani principi che deve prendere il posto del padre (morto in un sospetto incidente aereo) come avvocato di famiglia della più ricca e chiaccherata famiglia di New York.
Come spesso capita la puntata pilota è intrigante, ma il resto della stagione si invischia in eccessi di macrotrama (chi ha ucciso il padre di Nick? chi è il figlio illegittimo nella famiglia Darling) e la vagonata di intrighi, scandali, gelosie e intrallazzi sentimentali che in genere vengono usati ed abusati per tentare di fidelizzare lo spettatore alla serie Tv. Anche se la serie è ben confezionata con una fotografia elegante, una buona regia ed un cast notevole (Donald Sutherland, Jill Clayburgh, William Baldwin), la formula di “Dirty Sexy Money” tende subito a stancare. Il tono grottesco e comico di questa famiglia scandalosamente ricca e decadente abbinato ad una trama contorta e parzialmente drammatica, non funziona del tutto. Per non parlare dell’odioso attore che interpreta Nick George, ovvero Peter Krause protagonista della serie “Six Feet Under”, che sa esibire anche qui come in “Six Feet Under” solo tre espressioni: perplesso, irritato e perplesso-irritato. Fantastica invece come sempre l’interpretazione di Donald Sutherland, sempre qualche metro sopra il resto del cast, ma che non basta a salvare questa serie dal meritato oblio. La ABC infatti ha cancellato “Dirty Sexy Money” dal proprio palinsensto alla fine della seconda stagione a causa del basso seguito da parte del pubblico.
Voto: 5 secchi di vomito

[Rec] di Jaume Balagueró (Spagna 2007)
Dopo la deludente prova hollywoodiana di “Fragile”, Balaguerò torna con un buon film d’orrore. Sceglie la formula alla “the blair witch project”, con l’intero film girato a presa diretta dalla telecamera di uno dei protagonisti. In questo caso il cameramen di una troupe televisiva al seguito di una squadra di vigili del fuoco che ha risposto a una chiamata di routine in un vecchio condominio di Barcellona. Una normale chiamata di soccorso per le grida di un’anziana nel suo appartamento si trasforma in un inferno per la squadra di soccorso, i poliziotti intervenuti e per le famiglie che abitano nel condominio.
Il film è ben dosato, viene mantenuta la finzione della ripresa diretta senza annoiare, senza perdere un filo di suspense. Come in “the blair witch project” quello che spaventa non è ciò che vedi, ma quello che non si vede o peggio che si intravede. Tutto quello che è fuori inquadratura. Un inquietante crescendo di orrore e fuga.
È un piacere ritrovare il talento di Balaguerò dei suoi primi film (“Nameless” e “Darkness”).
NB: “Rec” mi è stato segnalato dall’impietosa ma sempre afffidabile Chiara Colombo, ottima nel fiutare film e serie televisive interessanti.
Voto: 1 Secchio di vomito
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Davvero inquietante che in un paese dove a un vanesio miliardario piduista è stato permesso di comprarsi il controllo diretto e indiretto dei principali media e imporre all’Italia una forma di governo che ha lasciato sbalordito il resto del mondo, ci si possa scandalizzare per l’utilizzo in uno spot televisivo dell’inno di Mameli leggermente modificato (“sorelle d’Italia” invece che “fratelli”).
Ho visto lo spot. Diciamo che è come tanti altri. inutile, un po’ melenso. Ma che certo non è grottesco e non ridicolizza l’inno d’Italia. Anzi è abbastanza palese il tentativo dei pubblicitari in questione di non esagerare.
Dov’è tutta questa gente dai pruriti patriottici quando una delle cariche più importanti del paese umilia la nostra democrazia, con leggi ad personam, con la sistematica lotta alla libertà d’informazione, con grotteschi scandali sessuali, accumulando ricchezze personali anche grazie all’abuso del potere politico acquisito? È davvero triste dover vivere in prima persona uno dei decenni più bui per la democrazia italiana dal crollo del fascismo.
A chi interessa, qui si può vedere lo spot di Calzedonia.

Un’ottima annata di Ridley Scott (USA 2006)
Ridley scott si cimenta in una commedia esistenziale ad ambientazione europea.
La formula non è esattamente originale, ma il film nel complesso non è male.
Max Skinner (Russell Crowe), uno spietato broker londinese di successo, deve tornare in Provenza per vendere una tenuta con vigneto in cui ha passato l’infanzia in compagnia dello zio (Albert Finney) che lo ha cresciuto dopo la morte dei genitori. Max riscoprirà i ritmi e i pregi della vita bucolica, l’affetto per lo zio appena deceduto e un amore dimenticato. Per trovarsi infine a dover scegliere su che tipo di vita possa renderlo appagato.
Ridley Scott è uno che sa quello che fa, ma probabilmente non è il regista adatto a questo genere di film. La sua regia meticolosa, la fotografia patinata da spot pubblicitario danno un tono lievemente artificiale al film e lo appesantiscono.
Un regista con uno stile più spontaneo, con una narrazione morbida e ironica sarebbe stato più adatto. Scott ci prova, è evidente, ma è imbrigliato dalla sua bravura e dal suo stile drammmatico. Le riprese a più camere, il montaggio veloce sono da thriller o film d’azione. Il risultato è che ci aspetta continuamente l’esplosione di una granata mentre protagonisti parlano o che un commando armato irrompa all’improvviso nella vigna. Anche la scelta di Crowe come protagonista non è esattamente felice. Non metto in dubbio le sue doti come attore drammatico, ma di certo non è molto simpatico. Per quanto in “Un’ottima annata” si sforzi di essere ironico, il personaggio non riesce quasi mai funzionare completamente. Discutibili anche alcune modifiche tipicamente hollywoodiane della storia rispetto al romanzo da cui è tratto il film. Nel romanzo, il protagonista arriva in provenza dopo aver perso il lavoro e il ritorno in Provenza gli da modo di cambiare vita, una specie di seconda possibilità. Nel film invece Max è un uomo di successo, ricco, spietato, con un sacco di donne che troverà a dover scegliere tra la ricchezza e la felicità. Tipico degli adattamenti USA evitare protagonisti che possano essere anche solo sospettati di essere dei “loser”.
Il film non è stato un fiasco ma non è andato benissimo, è costato 35 milioni di dollari e ne ha guadagnati 42 milioni.
Voto: 3 secchi di vomito
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