Inkhearth

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Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro di Iain Softley (USA 2008)
Ecco l’ennesima vittima dell’illusorio miraggio che computer graphic e postproduzione possano permettere a qualsiasi regista di cimentarsi con il genere fantasy.
Tratto da una serie di successo di romanzi fantasy scritti da Cornelia Funke, il film tenta di ricalcare il successo di Harry Potter, proponendo il primo di una trilogia di film  per ragazzi inspirati ai romanzi della Funke. Ma la produzione sbaglia clamorosamente la scelta del regista, del responsabile degli effetti speciali e dello scenografo. Il risultato è un disastro di film. Perennemente poco credibile al limite dell’imbarazzo. E nulla valgono i tentativi di un cast di un certo livello (Brendan Fraser, Paul Bettany, Helen Mirren, Jim Broadbent, etc) di dare fascino a questo film nato superato e senza la minima suggestione. Sembra uno di quei film fantasy degli anni ‘80, con gli animali camuffati e gli ambienti in cartapesta mal illuminati.
Al botteghino il film è stato un disastro e i progetti per i due seguiti subito congelati dalla casa di produzione. Per il regista britannico Iain Softley (“K-PAX” e “The Skeleton Key”) sarà difficile nascondere nel proprio curriculum un tale flop e un film così maldiretto.
Voto: 7 secchi di vomito
7secchi

The Punisher: war zone

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The Punisher: war zone di Lexi Alexander (USA 2008)
Che dire di questo secondo film sull’incazzoso personaggio della Marvel?
Certo non è brutto come quello del 2004 di Jonathan Hensleigh (mai lasciare che uno sceneggiatore vada a pasticciare dietro a una cinepresa). Ricordo come protagonista il poco credibile Thomas Jane, con la sua faccia da beach boy californiano. Presumo che prima delle riprese, per aiutarlo a dipingersi un’aria vagamente bellicosa sul viso, quelli della troupe rompessero delle tavole da surf davanti a lui.
Tanto per cambiare discorso, scopro che nella vita reale il buon Thomas Jane è il felice coniuge della brava Rosanna Arquette (protagonista anche della bella serie tv “Medium”). Lo so, lo so, sto diventando una portinaia. Sopportatemi.
Dunque dicevo… “The Punisher” di Hensleigh era noioso, piatto e con una regia da telenovelas. Questo della giovane regista Lexi Alexander è decisamente meglio, ma di certo non brilla di luce propria. Nessuna invenzione, niente che sbalordisca. Ci sono: il vendicatore incazzato e feroce, il cattivo sfigurato e spietato, il fratello del cattivo psicopatico e sadico, la bella da salvare e sua figlia, l’amico che lo spalleggia, la polizia che un po’ gli da la caccia e un po’ l’ammira, qualche personaggio macchietta e via così. Il tutto condito con molta violenza.
Bisogna ammettere però che in questo film perlomeno il protagonista è credibile. Ray Stevenson è un omone dall’aria feroce di uno a cui hanno appena fregato l’auto. I combattimenti e le scene d’azione sono dignitosi (la regista ha un passato di karateka e campionessa di kickboxing oltre a parecchia esperienza come controfigura). Fotografia, ambienti e regia sono buoni. Il film è violento quanto serve. Magari qualche idea nel soggetto e nella sceneggiatura avrebbe aiutato.
Voto: 4 secchi di vomito

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Dirty Sexy Money

Dirty Sexy Money di Craig Wright (USA 2007) Prima stagione
Bizzarra serie televisiva che sembra fondere “Dallas” e “I Tenenbaum”.
Protagonista, Nick George, un giovane avvocato dai sani principi che deve prendere il posto del padre (morto in un sospetto incidente aereo) come avvocato di famiglia della più ricca e chiaccherata di Newyork.
Come spesso capita la puntata pilota è intrigante, ma il resto della stagione si invischia in eccessi di macrotrama (chi ha ucciso il padre di Nick? chi è il figlio illegittimo nella famiglia Darling) e la vagonata di intrighi, scandali, gelosie e intrallazzi sentimentali che in genere vengono usati ed abusati per tentare di fidelizzare lo spettatore alla serie Tv.
Anche se la serie è ben confezionata con una fotografia elegante, una buona regia ed un cast notevole (Donald Sutherland, Jill Clayburgh, William Baldwin), la formula di “Dirty Sexy Money” tende subito a stancare. Il tono grottesco e comico di questa famiglia scandalosamente ricca e decadente abbinato ad una trama contorta e parzialmente drammatica, tende a non funzionare del tutto. Per non parlare dell’odioso attore che interpreta Nick Geroge, ovvero Peter Krause protagonista della bella serie “Six Feet Under”, che sa esibire anche qui come in “Six Feet Under” solo tre espressioni: perplesso, irritato e perplesso-irritato.
Fantastica invece come sempre l’interpretazione di Donald Sutherland, sempre qualche metro sopra il resto del cast. Ma che non basta a salvare questa serie dal meritato oblio. La ABC infatti ha cancellato “Dirty Sexy Money” dal proprio palinsensto alla fine della seconda stagione a causa del basso seguito del pubblico.
Voto: 5 secchi di vomito

DirtySexyMoney

Dirty Sexy Money di Craig Wright (USA 2007) Prima stagione

Bizzarra serie televisiva che sembra fondere “Dallas” e “I Tenenbaum”. Protagonista, Nick George, un giovane avvocato dai sani principi che deve prendere il posto del padre (morto in un sospetto incidente aereo) come avvocato di famiglia della più ricca e chiaccherata famiglia di New York.

Come spesso capita la puntata pilota è intrigante, ma il resto della stagione si invischia in eccessi di macrotrama (chi ha ucciso il padre di Nick? chi è il figlio illegittimo nella famiglia Darling) e la vagonata di intrighi, scandali, gelosie e intrallazzi sentimentali che in genere vengono usati ed abusati per tentare di fidelizzare lo spettatore alla serie Tv. Anche se la serie è ben confezionata con una fotografia elegante, una buona regia ed un cast notevole (Donald Sutherland, Jill Clayburgh, William Baldwin), la formula di “Dirty Sexy Money” tende subito a stancare. Il tono grottesco e comico di questa famiglia scandalosamente ricca e decadente abbinato ad una trama contorta e parzialmente drammatica, non funziona del tutto. Per non parlare dell’odioso attore che interpreta Nick George, ovvero Peter Krause protagonista della serie “Six Feet Under”, che sa esibire anche qui come in “Six Feet Under” solo tre espressioni: perplesso, irritato e perplesso-irritato. Fantastica invece come sempre l’interpretazione di Donald Sutherland, sempre qualche metro sopra il resto del cast, ma che non basta a salvare questa serie dal meritato oblio. La ABC infatti ha cancellato “Dirty Sexy Money” dal proprio palinsensto alla fine della seconda stagione a causa del basso seguito da parte del  pubblico.

Voto: 5 secchi di vomito

5secchi

[Rec]

rec

[Rec] di Jaume Balagueró (Spagna 2007)

Dopo la deludente prova hollywoodiana di “Fragile”, Balaguerò torna con un buon film d’orrore. Sceglie la formula alla “the blair witch project”, con l’intero film girato a presa diretta dalla telecamera di uno dei protagonisti. In questo caso il cameramen di una troupe televisiva al seguito di una squadra di vigili del fuoco che ha risposto a una chiamata di routine in un vecchio condominio di Barcellona. Una normale chiamata di soccorso per le grida di un’anziana nel suo appartamento si trasforma in un inferno per la squadra di soccorso, i poliziotti intervenuti e per le famiglie che abitano nel condominio.

Il film è ben dosato, viene mantenuta la finzione della ripresa diretta senza annoiare, senza perdere un filo di suspense. Come in “the blair witch project” quello che spaventa non è ciò che vedi, ma quello che non si vede o peggio che si intravede. Tutto quello che è fuori inquadratura. Un inquietante crescendo di orrore e fuga.
È un piacere ritrovare il talento di Balaguerò dei suoi primi film (“Nameless” e “Darkness”).

NB: “Rec” mi è stato segnalato dall’impietosa ma sempre afffidabile Chiara Colombo, ottima nel fiutare film e serie televisive interessanti.

Voto: 1 Secchio di vomito

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Off Topic: Spot e inni nazionali

Davvero inquietante che in un paese dove a un vanesio miliardario piduista è stato permesso di comprarsi il controllo diretto e indiretto dei principali media e imporre all’Italia una forma di governo che ha lasciato sbalordito il resto del mondo, ci si possa scandalizzare per l’utilizzo in uno spot televisivo dell’inno di mameli leggermente modificato (“sorelle d’Italia” invece che fratelli).
Ho visto lo spot. Diciamo che è come tanti altri. inutile, un po’ melenso. Ma che  certo non è grottesco e non ridicolizza l’inno d’Italia. Anzi è abbastanza palese il tentativo dei pubblicitari di non esagerare.
Dov’è tutta questa gente dai pruriti patriottici, quando una delle cariche più importanti del paese, umilia la nostra democrazia, con leggi ad personam, con la sistematica lotta alla libertà d’informazione, con grotteschi scandali sessuali, accumulando ricchezze personali anche grazie all’abuso del potere politico acquisito.
È davvero triste dover vivere in prima persona uno dei decenni più bui per la democrazia italiana dal crollo del fascismo.
A chi interessa qui si può vedere lo spot di Calzedonia.

L'Inno di Mameli usato in uno spot "Sorelle d'Italia? Non si fa"

Davvero inquietante che in un paese dove a un vanesio miliardario piduista è stato permesso di comprarsi il controllo diretto e indiretto dei principali media e imporre all’Italia una forma di governo che ha lasciato sbalordito il resto del mondo, ci si possa scandalizzare per l’utilizzo in uno spot televisivo dell’inno di Mameli leggermente modificato (“sorelle d’Italia” invece che “fratelli”).

Ho visto lo spot. Diciamo che è come tanti altri. inutile, un po’ melenso. Ma che certo non è grottesco e non ridicolizza l’inno d’Italia. Anzi è abbastanza palese il tentativo dei pubblicitari in questione di non esagerare.

Dov’è tutta questa gente dai pruriti patriottici quando una delle cariche più importanti del paese umilia la nostra democrazia, con leggi ad personam, con la sistematica lotta alla libertà d’informazione, con grotteschi scandali sessuali, accumulando ricchezze personali anche grazie all’abuso del potere politico acquisito? È davvero triste dover vivere in prima persona uno dei decenni più bui per la democrazia italiana dal crollo del fascismo.

A chi interessa, qui si può vedere lo spot di Calzedonia.

Un’ottima annata

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Un’ottima annata di Ridley Scott (USA 2006)
Ridley scott si cimenta in una commedia esistenziale ad ambientazione europea.
La formula non è esattamente originale, ma il film nel complesso non è male.
Max Skinner (Russell Crowe), uno spietato broker londinese di successo, deve tornare in Provenza per vendere una tenuta con vigneto in cui ha passato l’infanzia in compagnia dello zio (Albert Finney) che lo ha cresciuto dopo la morte dei genitori. Max riscoprirà i ritmi e i pregi della vita bucolica, l’affetto per lo zio appena deceduto e un amore dimenticato. Per trovarsi infine a dover scegliere su che tipo di vita possa renderlo appagato.
Ridley Scott è uno che sa quello che fa, ma probabilmente non è il regista adatto a questo genere di film. La sua regia meticolosa, la fotografia patinata da spot pubblicitario danno un tono lievemente artificiale al film e lo appesantiscono.
Un regista con uno stile più spontaneo, con una narrazione morbida e ironica sarebbe stato più adatto. Scott ci prova, è evidente, ma è imbrigliato dalla sua bravura e dal suo stile drammmatico. Le riprese a più camere, il montaggio veloce sono da thriller o film d’azione. Il risultato è che ci aspetta continuamente l’esplosione di una granata mentre protagonisti parlano o che un commando armato irrompa all’improvviso nella vigna. Anche la scelta di Crowe come protagonista non è esattamente felice. Non metto in dubbio le sue doti come attore drammatico, ma di certo non è molto simpatico. Per quanto in “Un’ottima annata” si sforzi di essere ironico, il personaggio non riesce quasi mai funzionare completamente. Discutibili anche alcune modifiche tipicamente hollywoodiane della storia rispetto al romanzo da cui è tratto il film. Nel romanzo, il protagonista arriva in provenza dopo aver perso il lavoro e il ritorno in Provenza gli da modo di cambiare vita, una specie di seconda possibilità. Nel film invece Max è un uomo di successo, ricco, spietato, con un sacco di donne che troverà a dover scegliere tra la ricchezza e la felicità. Tipico degli adattamenti USA evitare protagonisti che possano essere anche solo sospettati di essere dei “loser”.

Il film non è stato un fiasco ma non è andato benissimo, è costato 35 milioni di dollari e ne ha guadagnati 42 milioni.
Voto: 3 secchi di vomito

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Devil’s Tomb – A caccia del diavolo

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Devil’s Tomb di Jason Connery (USA 2009)
Ennesima triste variante della formula Resident Evil in chiave delirio religioso. Un gruppo di soldati mercenari guidati da un veterano (uno spento Cuba Gooding Jr.) vengono incaricati del recupero di uno scienziato da una ex base sotterranea, ora area di scavo archeologico in Medio Oriente. Già i titoli di testa, con le registrazioni video dello scienziato (Ron Perlman), cominciavano a promettere male. Ma il resto del film è anche peggio. Una fotografia tristolina. Regia piatta e soporifera. Attori sottotono, compresi Perlman (Hellboy), Gooding Jr. e Winstone. Una noia costante condita da qualche scena splatter, una scena lesbo, qualche sparatoria, una coniglietta di Playboy completamente nuda, flashback bellici a basso costo e diverse palate di farneticazioni bibliche. Difficile capire cosa abbia fatto più danni: se la regia inesperta (Jason Connery è un attore di film di serie B recentemente convertito alla regia), il montaggio surreale, i limiti di budget o la sceneggiatura stentata e banale. Il risultato è un horror d’azione di medio basso livello. L’ideale per un buon pisolo.
Voto: 7 secchi di vomito
7secchi

Ghost Whisperer

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Ghost Whisperer di John Gray (USA 2005-2009) prima stagione
L’impietosa Chiara hanno prestato il cofanetto della prima stagione di questa serie TV. Conoscevo “Ghost Whisper”. In passato, dopo cena, provato da giornate impegnative, mi ero ritrovato davanti al televisore a guardare questo telefilm un po’ banale, ipnotizzato dallo sguardo da cerbiatto della protagonista (Jennifer Love Hewitt) e dal suo seno giunonico. Vedere l’intera stagione non ha cambiato la mia prima impressione. Quella di una specie di “A-team” per giovani mogli o aspiranti tali. Come in “A-team”, anche in “Ghost whisperer” la maggior parte degli episodi sono la fotocopia della puntata pilota. Per “Ghost whisperer” lo schema fisso è questo: un fantasma che sembra cattivo spaventa (senza esagerare) la protagonista, presto scopriremo che non è davvero cattivo ma ha sofferto in vita e ha dei sospesi con qualche essere vivente (familiari, avversari, etc). Melinda Gordon (la giovane antiquaria dai poteri medianici) entra quindi in contatto con le persone in questione. Queste, prima non le credono, poi con alcune informazioni segrete o personali si fanno convincere, con conseguenti pianti, lacrime a fiumi e buoni sentimenti. Melinda agevola le chiacchere tra trapassato e familiari viventi. Poi il fantasma soddisfatto se ne può andare verso la luce. Questa è la struttura base della maggior parte delle puntate.
Quali sono quindi i motivi del successo di questa serie che si avvia verso la realizzazione di un quinta stagione? Diciamo che è una serie di facile consumo. Sfrutta il terreno emotivo di chi ha perso persone care (ovvero quasi tutti). Ha come protagonista una gnocca fenomenale che riesce a intontire la maggior parte del pubblico maschile (me compreso). Sposata al marito ideale, aitante vigile del fuoco, giovane, simpatico, premuroso, sensibile, comprensivo (una figura mitologica insomma). Questa coppia dei sogni vive in una cittadina disneiana, la piazza del paese infatti dove si affaccia il negozio di Melinda, e dove sono ambientate molte scene del telefilm, è la stessa usata in “Ritorno al futuro”, ad eccezione della torre con l’orologio, che in “Ghost whisperer” è stata tolta. Insomma tutta la serie trasuda buonismo, ricerca della lacrima facile e fa vivere allo spettatore l’illusione che queste coppie perfette, queste rassicuranti cittadine da sogno possano essere credibili (per una quarantina di minuti almeno).
Se proprio dobbiamo rimanere in tema di spettri, spiriti e gente che vede i morti, personalmente preferisco “Medium”. In “medium” gli episodi sono più complessi e intriganti, la famiglia della protagonista incontra, come nella vita reale, problemi di coppia e professionali ed è più verosimile dell’idilliaco quadretto felice di “Ghost whisperer”. Quindi, che dire… mettete “Ghost whisperer” nel lettore dvd solo quelle sere in cui stremati cercate qualcosa che si possa guardare a cervello spento. Per fare quello “Ghost whisperer” è quasi perfetto.
Voto: 5 secchi di vomito
5secchi

The Spirit

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The Spirit di Frank Miller (USA 2008)
Questo genere di film non è esattamente il mio preferito. Per cui sarebbe più sensato non parlarne, ma non posso lasciare il blog in balia dei server. Diciamo che l’impressione di fondo si può riassumere con un “Mah…”. Perché se da una parte questa formula narrativa per portare sul grande schermo storie a fumetti è visivamente interessante, dall’altra tende a trasformare i personaggi in maschere caricaturali prive di drammaticità.
Dei tre film sviluppati con questa tecnica continuo a preferire il primo, “Sin city”. “300″ e il suo gruppone di palestrati ficcati in un capannone a fingere d’essere su una rupe a combattere ondate di nemici circensi mi aveva lasciato parecchio perplesso. Anche in “The Spirit” Il cast stellare (Samuel L. Jackson, Scarlett Johansson, Eva Mendes…) sembra aver stampato in faccia un perenne “ciao, mi hanno vestito come cretino e messo davanti a un fondale verde a cercare di rimanere serio”. Mi perplime anche la scelta del fumetto da portare sullo schermo. Almeno “sin city” e “300″ erano fumetti dello stesso Miller. The spirit strappato dal suo mondo bidimensionale, mi sembra perda gran parte del suo fascino e della coerenza con il suo universo. Una buona parte dei personaggi sullo schermo risultano grotteschi e falsi come monete di cioccolata. Il protagonista (interpretato da Gabriel Macht) più che un ironico eroe da fumetto sembra un tipo strano affetto da satirismo.
Non so… francamente non sarei così certo che Will Eisner apprezzerebbe questa riduzione cinematografica.
Voto: 3 secchi vomito
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The Big Bang Theory

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The Big Bang Theory di Chuck Lorre (USA 2007) Prima stagione
Sempre rimanendo in tema di serie tv, non posso non parlare di “The big bang theory”, Una delle sit-com più esilaranti che abbia visto dai tempi di “Friends”. L’Impietosa Chiara mi ha mostrato alcune puntate della prima stagione in lingua originale sottotitolate in italiano, poi un amico (Bob) è riuscito a recuperare sul web le versioni in streaming sempre sottotitolate in italiano.
Che dire; è assolutamente strepitoso. Una specie di “Tre cuori in affitto” molto nerd. Protagonisti due secchioni che lavorano come ricercatori all’università e che condividono  l’appartamento. Uno Leonard, nerd bassino, dal cuore tenero e perdutamente innamorato della nuova vicina di pianerottolo, Penny. L’altro è Sheldon, talmente nerd da rasentare l’autismo, disinteressato al genere femminile, abitudinario, pieno di ossessioni e con uno smisurato ego. Oltre alla vicina Penny, hanno due amici che bazzicano casa loro: Howard Wolowitz, vanesio ingegnere dallo stile attillato anni 70, convinto di essere un brillante corteggiatore, ma che invece risulta grottesco e ridicolo, e Rajesh Koothrappali ricercatore di origine indiana, che non riesce a parlare con le donne se non è completamente ubriaco.
Chuck Lorre è uno che sa quello che fa (sua era anche la divertente sit com “Dharma & Greg”) Ma con The Big Bang Theory” ha davvero raggiunto la perfezione. Gag e battute a raffica, ottimo affiatamento tra gli attori e personaggi ben caratterizzati. Gli episodi sono originali e si ripetono raramente, con trovate che spesso rasentano la genialità. Insomma mi capita raramente di ridere apertamente mentre vedo una sit-com, al massimo sorrido. Ma con “The Big Bang Theory” è davvero difficile trattenere le risate.
Aspetti negativi? Sì uno solo e non di poco conto. Il doppiaggio in italiano pare sia spaventoso. Probabilmente preoccupati che l’italiano medio che guarda i reality in tv potesse non capire a cosa si riferiscono i protagonisti di questa sit com, i curatori italiani hanno letteralmente stravolto i dialoghi. Devastando gag raffinate con la totale riscrittura di alcune battute, banalizzando i testi e rendendoli più pecorecci. Con che guadagno? quello di rendere la sit com molto meno graffiante e di lasciare perplesso proprio il pubblico a cui sarebbe rivolto il programma, ovvero: nerd, navigatori web, appassionati di videogiochi e spettatori con formazione scientifica. Certo, nell’adattamento in un’altra lingua è normale dover fare delle variazioni dall’originale. Ad esempio per le battute costruite su giochi di parole o che fanno riferimento a personaggi o elementi di conoscenza esclusiva del paese d’origine. Ma non è la prima volta che rimango perplesso dagli eccessi di questi adattamenti, soprattutto quando è palese il tentativo di allargare la fascia di pubblico potenziale anche a costo di massacrare a colpi d’ascia i dialoghi. E oltre alla questione se sia lecito o no riscrivere intere gag, c’è il problema che il curatore italiano non ha certo lo stesso livello di umorismo e competenza di sceneggiatori di sitcom con decenni di esperienza. E la differenza spesso è lampante, e disturba molto di più che sentire nominare un personaggio pubblico che si conosce poco.
Quindi che fare? Provate a cercarli sul web. Come dicevo, fan italiani hanno tradotto gli episodi e caricati sul web per la visione in streaming con sottotitoli in italiano. Oppure fate come il mio amico Ted, ordinate direttamente i cofanetti inglesi.
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